03-04-2011
» Nucleare: un dibattito sempre aperto
Con consueta periodicità si torna a parlare del nucleare, una questione, questa, che in Italia si trascina da anni e sulla quale le posizioni dei Governi sono continuamente cambiate. Ora si è sveltolata la bandiera del "No il nuclerae è pericoloso", ora si è invocato il "Si" in virtù dei grandi passi in avanti fatti dalla tecnologia e dalla spinta rivoluzionaria che questa fonte energetica possiede e, grazie alla quale, potremmo finalmente affrancarci dai combustibili fossili. Quella che invece non è mai cambiata è la posizione dell'opinione pubblica, dei cittadini, che già con il Referendum dell'8 e del 9 novembre 1978 hanno espresso il loro parere chiaro e preciso: "No, il nucleare in Italia non lo vogliamo".
Da quel decreto popolare la questione del nucleare è rimasta sopita e periodicamente portata all'attualità con tanto di promesse grandiose e di assicurazioni fin troppo incoraggianti. Parlare del nucleare ed assumere una posizione non è facile; non lo è stato quando il ricordo del disastro di Chernobyl ha cominciato a sbiadirsi e non lo è certamente adesso quando la contaminazione del nucleare torna a farsi sentire forte dopo il dramma del Giappone. Che il nucleare faccia paura ai comuni cittadini che, probabilmente, non sanno comprenderne appieno sia le potenzialità sia l'avanzata "scientificità" delle tecnologie atte al suo sfruttamento, è un aspetto comprensibile e giustificambile.
Di qui la necessità di fare chiarezza, soprattutto in vista del prossimo referendum del 12-13 giugno, visto che molte persone non sono ancora a conoscenza di alcuni fondamentali aspetti per comprendere appieno la problematica sulla quale si è chiamati ad esprimersi. La questione del nucleare è, infatti, molto più complessa rispetto a quanto possa far intendere la tradizionale risposta binaria "SI/NO".
La prima questione della quale si dovrebbe essere adeguatamente a conoscenza è quella relativa al fabbisogno energetiuco del nostro paese per quanto riguarda il versante dell'elettricità. Questo aspetto è fondamentale, visto che molti sostenitori del Si hanno motivato la propria posizione sostenendo che solo lo sviluppo del comparto nucleare in Italia permetterebbe al nostro paese di affrancarsi dall'importanzione francese. Il che pone un'altra questione: quanta dell'energia utilizzata in Italia viene effettivamente dalle centrali nucleari francesi?
Stando ai dati diffusi lo scorso anno da Terna, ovvero la società che gestisce la rete elettrica nazionale, l'Italia ha consumato circa 317.602 Gwh, di cui l'87% viene prodotto internamente nella maggior percentuale dalle centrali idroelettriche che sono in grado di coprire il 77,4% della produzione nazionale. Per il 90% queste centrali vengono alimentate dal gas che proviene soprattutto dall'estero, ovvero da paesi come la Libia, la Russi a e l'Algeria.
A questo punto ci si chiede quanto della restante parte del fabbisogno energetico italiano, importato dall'estero, derivi dallo sfruttamento di energia nucleare. In linea di massima l'Italia importa energia principalmente dalla Francia, dalla Svizzera e dalla Slovenia, tre paesi che utilizzano centrali nucleari. Ma guardando ai dati forniti dall'Iaea, l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica, riguardanti la produzione di energia da fonti nucleari in questi paesi, l'utilizzo interno della stessa e le percentuali della sua esportazione, ne deriva che, facendo le dovute proporzioni, in Italia la quota di elettricità derivante dalle centrali nucleari estere è di circa 8.000 Gw della Franzia, 9.700 dalla Svizzera e il 2.550 dalla Slovenia. In percentuale, quindi, il fabbisogno italiano lordo viene coperto per il 2,5% dalle centrali nucleari francesi, per il 3,05% da quelle svizzere e per lo 0,8% da quelle slovene.
Un apporto non eccessivo che molti ritengono quindi potrebbe essere compensato in altre maniere senza dover ricorrere alle centrali nucleari nel nostro paese.
Per quanto concerne poi il "piano" studiato dal Governo sul quale il popolo italiano è chiamato ad esprimersi in uno dei 5 referendum di giugno, si prevede che dovrebbere essere 23 i siti di scorie nucleari dove appunto "stoccare" gli scarti delle centrali nel caso in cui l'avventura nucleare dovesse riprendere.
E i dubbi, a bene osservare la mappa, sorgono spontanei, soprattutto se si tiene conto del fatto che nel Bel Paese risulta complicato gestire qualsiasi tipo di emergenza (si veda la crisi dei rifiuti di Napoli senza termine). E' bene chiarire che di scorie ne esistono due tipi ì: il primo è quello con tasso di radiottività pari al 10% e che rappresenta i 9/10 del totale e per le quali l'Agenzia Atomica di Vienna prevede la costruzione di depositi di superficie vincolati per 300 anni. Il secondo tipo di scorie, ovvero il 5% del totale, contiene il 90% della radiottività e per queste non esiste alcun tipo di soluzione praticabile per lo stoccaggio.
La maggior parte degli impianti dove queste scorie vengono depositate sono situati vicini a corsi d'acqua, in condizioni che rendono quindi molto probabile la contaminazione dell'ambiente esterno. In Italia sono oggi 4 i reattori nucleari in disuso, situati a Caorso, Trino, Vercellese, Garigliano e Latina. A questi si aggiungono i 23 siti individuati per lo stoccaggio delle scorie prodotte da queste centrali e una serie di depositi per la raccolta di materiali definiti "a bassa radiottività", come la Controlsonic di Campoverde a Milano, dove sono depositati 100 metri cubi di rifiuti contaminati, il Gammatom, il Pontex, il Cemerade e il Sorin o ancora il centro nucleare Ccr-Ispra che comprende il reattore nucleare di ricerca Ispra 1 e Essor, in fase di disattivazione, e il centro di Legnaro, a Padova, destinato alla ricerca universitaria. Tutti questi siti, senza contare quelli di Alessandria, Pavia, Milano, Bologna, Pisa e Roma contengono scorie degli impianti ora in disuso e nella maggior parte dei casi queste tonnellate di scorie sono custodite in capannoni poco sicuri. E' lecito quindi chiedersi: se non è stato ancora rtisolto il problema delle scorie di 20 ani fa, come pensare già ad un nuovo progetto nucleare?
I dubbi quindi sono tanti e visto che il problema è delicato e di una certa entità sarebbe meglio cercare di discuterne con magguìior oggettività e cautela, soprattutto tenendo conto degli ultimi avvenimenti in Giappone che hanno drammaticamente ripoortato alla luce le contraddizioni dei nuclear, facendo riaccedere tutti i dubbi dei cittadini.
A poco serve invocare l'ondata emotiva o aggredire chi leggitimamente pone degli interrogativi, soprattutto tenendo conto delle caratteristiche morfologiche, organizzative e gestionali del nostro paese, quando invece sarebbe meglio aprire un tavolo di confronto che, privo di pregiudizi o di posizioni prese a priori, riesca davvero ad individuare i vantaggi e gli svantaggi e sopratutto a capire se il nostro paese è pronto per una sfida così grande.
Tante domane e per il momento poche le risposte.
Ufficio stampa
per Chimicionline